
Queste le parole di Fabio Pisacane, allenatore del Cagliari, a “Gazzetta dello Sport” in edicola oggi venerdì 23 gennaio. L’intervista a cura di Matteo Brega.
LA FIDUCIA DEL PRESIDENTE
“Mi piace sottolineare che il presidente ha creduto in un percorso e non in una scelta improvvisata. Per questo sento un grande senso di responsabilità e di riconoscenza. Vorrei restituire questa fiducia con il lavoro e con i comportamenti. Siamo in linea con gli obiettivi. Il lavoro quotidiano sta andando nella direzione giusta. Abbiamo avuto alcune fatalità, non mi piace parlare di infortuni. Forse potevamo essere aiutati dalla buona sorte, ma la nostra forza è non deprimerci e non esaltarci”.
BATTERE I MAESTRI
“Sono state due partite diverse. Con la Roma è stata una gara di gioco e aggressione, con la Juve un’altra storia. Battere allenatori come Gasperini e Spalletti non mi fa sentire arrivato, ma mi conferma che il lavoro quotidiano va nella direzione giusta”.
LA PARTE PIÙ DIFFICILE DEL MESTIERE
“Non solo soltanto gli aspetti tecnico-tattici, come si potrebbe pensare. Ad esempio, non c’è solo il calciatore, ma la persona. Ci sono dinamiche complesse, fuori e dentro al campo. La bravura è anche gestire questa complessità. Se non sei bravo e lucido puoi fare dei pasticci”.
QUANDO NASCE L’ALLENATORE
“Ho iniziato il corso per il patentino Uefa B quando giocavo ancora, tre o quattro anni prima di smettere. Fare l’allenatore è una vocazione, non ci si improvvisa: deve partirti da dentro. Non sono integralista. Sono maniacale nel guardare partite di tutti i livelli, perché si può imparare ovunque. La scuola italiana resta la migliore al mondo. Mi piace stare nel mezzo. Se fossi solo risultatista tradirei il gioco, se fossi solo giochista tradirei la squadra e allenerei me stesso. Per vincere partite come quella con la Juve servono ordine, spirito e sacrificio, anche con poco contenuto qualitativo. Ma una squadra come la nostra può raggiungere l’impossibile. Prediligo un calcio posizionale che abbraccia quello relazionale. Le due cose possono convivere. Però dobbiamo portare a casa punti, non complimenti”.”.
LA CURIOSITÀ E LA GENERAZIONE Z
“Sono rimasto curioso. Ho seguito un corso sulla generazione Z, quelli nati dal 1995 in poi. Voglio capire il loro universo, sapere quali tasti toccare. Vivono di applausi e di pochi rimproveri. La nostra generazione diceva ‘quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare’. La loro dice ‘quando il gioco si fa duro, forse non dovresti essere qui”.
FORMAZIONE CONTINUA
“Sono stato a Salisburgo, alla Red Bull. Ho seguito corsi di inglese, spagnolo e francese. E anche un corso alla Bocconi di Milano sulla comunicazione. Essere autocritico è un mio punto di forza. Non sono orgoglioso e non sono rancoroso. Parto dall’idea di poter imparare, non di dover insegnare”.
COME PARLARE AI GIOVANI
“Bisogna centellinare le parole: o costruisci un ponte o alzi un muro. Devi essere chiarissimo. Sono iper-protetti nel mondo reale ma abbandonati nel mondo digitale. Lavoriamo molto coi video, perché la soglia dell’attenzione è bassissima, quattro o cinque minuti. Se parlassi a loro come parlavano a me i miei allenatori, non trasferirei nulla”.
FIORENTINA-CAGLIARI
“L’errore da non commettere è perdere attenzione. Dobbiamo fare una gara impeccabile in fase difensiva. Ho costruito la mia carriera sulle letture. L’ideale sarebbe stato avere quelle letture con i piedi di Luperto e Mina. Restare equilibrati ci dà la possibilità di salvarci. Nella vita ho attraversato tante tempeste e quando le superi, anche una sconfitta la vedi con occhi diversi. A tredici anni mi diagnosticarono la sindrome di Guillain-Barré e mi ritrovai bloccato in un letto. Sono forte perché la vita mi ha obbligato a diventarlo. Quella malattia non è venuta per uccidermi, ma per completarmi come uomo. Mi ha tolto molte paure. Credo anche che ci sia qualcosa dopo la vita terrena”.
IL PADRE, IL PUNTO FERMO
“Mio padre Andrea è il mio riferimento. Mi ha visto piangere tante volte, dormiva accanto a me in Rianimazione. È il mio porto sicuro, mi trasmette positività”.
IL DRAMMA FAMILIARE
“Mio fratello ora sta bene, è stato dimesso e non è mai stato in pericolo di vita. È stato un evento che mi ha segnato, ma che ha aumentato la forza che ho dentro”.
NAPOLI E CAGLIARI
“Napoli è le mie radici, anche se giro da 27 anni. Cagliari mi ha accolto, i miei figli parlano sardo. Questa terra ti dà rispetto e verità e ti chiede coerenza. E io non voglio tradirla”.
MARCO PALESTRA E IL FUTURO
“È un ragazzo con potenzialità ancora inespresse. Ha fatto tanto d’istinto. Se alza la qualità può diventare qualcosa di incredibile”.