
Fabio Pisacane è stato l’ospite speciale di “Sky Calcio Unplugged”, il videopodcast Sky Original condotto da Lisa Offside con Gianluca Di Marzio e Stefano Borghi. Nel corso della puntata sono intervenuti Marco Borriello e Cesare Natali. L’allenatore rossoblù ha raccontato le emozioni vissute durante la sua prima stagione nella massima serie, appena conclusa con la vittoria del “Meazza”, che ha portato il Cagliari a raggiungere 43 punti in classifica. Le sue parole:
L’IMPORTANZA DEL GRUPPO
“All’inizio della mia esperienza in panchina alla guida della prima squadra, da esordiente in Serie A, potevano esserci delle perplessità nei ragazzi, penso sia normale. Avevo davanti dei calciatori già con anni di esperienza nella massima serie. Ma fortunatamente da subito sono riuscito ad entrare nella loro testa, a far capire che non ero lì di passaggio e che avevo bisogno di loro, perché poi sono i calciatori a scendere in campo. Nel calcio ciò che mi colpisce è che nei momenti di difficoltà emergono le squadre dove c’è una connessione vera. Tatticamente tutte le squadre sono preparate, la differenza la fa la relazione, la disponibilità al sacrificio, la capacità di rimanere lucidi anche nelle situazioni più difficili. Con questi ragazzi c’è stata connessione, al netto degli errori, che ci possono stare nell’arco di un’intera stagione. È stato un campionato intenso e vero, non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano. Quando arrivi in Serie A capisci che tutto pesa di più: le responsabilità, le aspettative, le parole, i silenzi, tutto ti fa avere una percezione di quello che stai vivendo. Se riavvolgo il nastro e penso al mio primo giorno sulla panchina del Cagliari, a quell’adrenalina, all’impatto con il gruppo, penso a tutto questo e a tutto quello che ho vissuto in questa stagione. Il legame che si è creato all’interno di questo gruppo è stato un fattore trainante per il raggiungimento del nostro obiettivo”.
LA SCELTA DI DIVENTARE ALLENATORE
“Una sera di maggio a Cagliari incontrai Giulini con cui ero rimasto in ottimi rapporti. Dopo gli anni in rossoblù, a Lecce avevo subito l’ennesimo infortunio al ginocchio, iniziavo a pensare al futuro. Gli chiesi in che veste mi avrebbe visto. “Fabio, per me devi fare l’allenatore”. Io, in realtà, avevo avuto sempre una predilezione per la direzione sportiva, se lo ricorda anche Marco Borriello, professionista esemplare, abbiamo condiviso un anno qui a Cagliari. Mi è sempre piaciuto informarmi su tutti i calciatori, anche quelli che giocano nelle categorie minori. Quando il Presidente mi diede quel consiglio, ho iniziato a rifletterci. Lo stimo, quando mi dice delle cose, anche negative, so che è per il mio bene. Ė una persona lungimirante: dopo tutto, se diventi a soli 38 anni il presidente del Cagliari non può essere un caso, devi avere qualcosa di speciale. Per cui iniziai a pensarci. Effettivamente anche alcuni miei mister come Maran e Rastelli mi dicevano che un giorno avrei dovuto fare l’allenatore. Il Pres me lo ha suggerito in un momento topico della mia carriera, di cambiamento. E così da lì ho preso quella direzione. Sempre Giulini mi ha dato la possibilità di iniziare ad allenare nelle giovanili. Ero già a Cagliari, non me ne ero mai andato via, è qui che ho scelto di vivere con la mia famiglia”.
LO STAFF
“Il mio staff è composto da professionisti eccellenti, anche se io vado soprattutto alla ricerca di persone. Le persone, anche nei momenti difficili, portano punti. Come ho sempre detto al mio staff: “Preferisco un soldato al 100% che un maresciallo al 50”. Scegliere bene le persone è una mia prerogativa, saranno le persone a portarmi il più in alto possibile. Ad esempio, dopo una chiacchierata con Cesare Natali ho voluto incontrare Giacomo Murelli per proporgli di diventare il mio vice, lo conoscevo dai tempi in cui avevo giocato al Chievo, avevo instaurato un bel rapporto. Poi è stato Giacomo a consigliarmi Bucci. Sono stato davvero fortunato. Sempre Natali, che ringrazio, mi ha consigliato una figura come Alberto Gallego, che è arrivato dalla Spagna: è entrato nello staff per occuparsi della metodologia, volevo una figura che avesse nelle sue corde il calcio posizionale. Mi piace avere dentro molto risorse, non sono un integralista. Mi piace un calcio che parte dalla posizione e sviluppa relazione. Poi ad un certo punto del percorso Alberto è andato a guidare l’U20, che sabato ha vinto la finale playout a Napoli e resterà in Primavera 1. Ne approfitto per rinnovare a tutti i miei complimenti”.
IL LAVORO CON I GIOVANI
“Oltre ai tanti italiani in campo, la soddisfazione più grande quest’anno è stata lanciare tanti giovani. Mendy, classe 2007, il giorno prima era protagonista con l’U20 a Napoli, in quello dopo è sceso in campo a San Siro. Questo è uno degli indicatori che raccontano il grande lavoro fatto dal Club in questi anni sui giovani, la sinergia che c’è stata in questa stagione tra prima squadra e U20. Va dato merito a chi in questi anni ha portato i vari Obert, Idrissi, Luvumbo, Liteta, Trepy e Mendy ad arrivare in prima squadra. Quest’anno, nei momenti più difficili, abbiamo potuto pescare da sotto, mettendo in mostra i nostri giovani, che hanno bisogno di spazio per emergere”.
LA GESTIONE DEL GRUPPO
“Gli aspetti tecnico-tattici sono importanti, ma lo è ancora di più la gestione del gruppo, delle risorse umane. Ad esempio, quando ho iniziato a pensare concretamente di voler fare l’allenatore, uno dei primi pensieri è stato quello di capire il linguaggio della nuova generazione. Così ho iniziato ad informarmi, a studiar. quando ho iniziato a guidare la Primavera avevo così già un bagaglio di conoscenze. In questa stagione credo di essere riuscito ad instaurare un buon rapporto un po’ con tutti. Esposito è cresciuto con tante aspettative nei suoi confronti, ha tanta personalità e ambizione. Quest’anno ho avuto la fortuna di avere tanti leader. Con il capitano Pavoletti, Deiola, Mina, Zappa e Caprile, che ha una leadership e un carisma naturale. Il rapporto con Mina? Autentico. Ieri sera è venuto a salutami mentre finivo il giro delle interviste, ci teneva a farlo prima di partire. C’è una stima reciproca. Ho salutato Palestra, lo avevo in realtà già fatto in settimana nel mio ufficio. Sembra il calciatore che ti costruisci alla Play mettendo i massimi parametri: ha facilità di corsa, una falcata incredibile. Lo vidi per la prima volta in Primavera e quando il direttore Angelozzi me ne ha parlato non ho avuto dubbi. Non ha ancora espresso tutto il suo potenziale, ha iniziato a lavorarci in base alle nostre richieste e suggerimenti, ma c’è bisogno di tempo”.
IL FUTURO
“Nella mia scala valoriale la riconoscenza è molto importante. Per tutto quello che Cagliari mi ha dato e mi sta dando farei fatica a vedermi lontano da qui. Ho un contratto con questo Club, il mio futuro lo vedo nel Cagliari. Sono ambizioso, la Società ha le mie stesse ambizioni: puntare a rendere il lavoro ancora più produttivo, fare un campionato ancora più importante di quello appena concluso”.
UNA DEDICA SPECIALE
“Voglio ringraziare mio padre, è l’uomo a cui devo di più, che mi ha permesso di mettere poi dentro di me resilienza e “fame”, intesa come voglia di emergere. A 13 anni mi sono ritrovato paralizzato in un letto di ospedale, 20 giorni in coma: mio padre si è preso cura di me e mi ha detto che sarei ritornato a giocare a calcio, non solo a vivere. Un futuro senza di lui per me è inconcepibile, è l’unica cosa che nella vita mi fa davvero paura”.